mercoledì 16 giugno 2010

MIO NONNO

Mio nonno nacque nel 1912. Lo ricordo bene, anzi benissimo in quanto lui non ha mai mancato di affiancare alla mia crescita la sua presenza. Come tutti i nonni dovrebbero fare. E' morto 14 anni fa, ma io ricordo tutto degli anni di vita trascorsi accanto a lui.
Le sue preghiere affinché gli permettessi di impartirmi lezioni di italiano. "Ma faccio la ragioneria, non il liceo classico" era la mia risposta, al limite tra il sadismo (le mie risposte negative lo facevano soffrire, ed io da stronzo ragazzino godevo nel vederlo soffrire) e il disperato (se l'avessi lasciato fare, lui mi avrebbe fatto lezioni a qualsiasi ora del giorno, senza tregua. Da lì la mia disperazione); per poi meravigliarmi quando, all'esame di stato, riuscii ad eseguire un tema quasi perfetto frugando in mezzo ai ricordi delle ripetizioni che mio nonno mi aveva impartito.
Le infinite favole che avrebbero dovuto conciliare il mio sonno, in realtà lo facevano sprofondare in un feroce russare.
"No', e poi?" gli dicevo scuotendogli leggermente una spalla. Lui smetteva di russare, si svegliava di soprassalto girandosi verso di me e diceva:
"Eh???
...
Dov'eravamo rimasti?"
"Pinocchio è dentro alla pancia della balena", dicevo un po' spazientivo. Cazzo, era la terza volta che si addormentava!
E lui riprendeva il racconto della favola, teneramente, vincendo gradualmente il sonno che tendeva a farlo sprofondare di nuovo tra le braccia di Morfeo, rendendo felice lo stuolo di nipotini che pendevano dalle sue labbra.
Ricordo le gite fuori porta che facevamo con lui e mia nonna. Non era tanto la distanza ad emozionarci, era il fatto di andare all'aria aperta, in mezzo ai boschi a raccoglier funghi, o semplicemente a passeggiare ascoltando la sua vicinanza o qualche suo racconto. Che mai verteva sulla guerra. Aveva combattuto la seconda guerra mondiale.
"E' stata una bruttissima cosa" tagliò corto un giorno quando gli domandai di raccontarmi qualcosa. E mai più accennò minimamente al discorso.
Ricordo quando sedeva in tavola con un piatto di pomodori crudi davanti a sé. Provava, cazzo, ci provava con tutte le forze a mandarne giù, ma lo sforzo risultava regolarmente vano. Disperato, si arrendeva.
"Non ce la faccio, è più forte di me". Diceva che i pomodori erano l'unica cosa che non riusciva a mangiare. Così, regolarmente in estate, provava a vincere quest'ultimo tabù.
O quando mi rimproverava perché impugnavo in maniera errata il cucchiaino.
"L'uomo è dotato di pollice opponibile che ci distingue dalle bestie. Ed invece tu ti ostini a mangiare come un uomo primitivo!"
Beh, ero piccolo. Ed anche dispettoso. E la mattina avevo ancora il cervello in fase rem. E lui lì, a brontolare, ad insegnarmi come si mangiava.
Mille altri ricordi attraversano la mia mente.
Con quella sua schiena curva dal peso degli anni mi diceva di tener le scapole dritte, per non diventare uno sgorbio come lui. I suoi capelli erano candidi, gli occhi azzurri erano nascosti da spessissimi occhiali da miope.
Un giorno, potevo avere 13 o 14 anni, ero a giocare a calcio nel cortile. Mancavano due persone per completare le squadre. Entrarono mio zio e, udite udite, mio nonno. Si mise in porta.
Amavo giocare a calcio, ma in quel momento non sapevo se correre dietro al pallone o abbracciare stretto stretto mio nonno. Optai per una via di mezzo: rimasi fermo in difesa per restare il più vicino possibile a mio nonno. Lo vidi trascinarsi con fare belluino in presa bassa per respingere coi piedi il tiro forte e preciso dell'attaccante. Salvò il risultato. E soprattutto salvò nella mia mente un altro, magnifico ricordo di un nonno che è sempre stato parte attiva della mia vita. Che mi ha insegnato tanto. Che si è comportato come tutti i nonni dovrebbero comportarsi con i propri nipoti, se fisico e mente lo consentono: ha fatto il nonno, figura che, quanto ad importanza, è la seconda di riferimento per un bambino. Ebbi solo un nonno, morì che avevo 25 anni; ma di lui nulla ho dimenticato. neppure i tristi, ultimi anni della sua vita, passati a far da spola tra poltrona e letto. Con la mente ed il corpo assenti. Senza forze. Senza ricordi. I suoi occhi azzurri fissavano un indefinito punto della stanza, mentre tutti intorno a lui ciarlavano e cercavano -suo malgrado- di coinvolgerlo nella discussione. Lui girava lo sguardo, fissava con fare asettico il volto che emetteva il suono. Poi sulla bocca si disegnava il cenno di colui che non comprende, ma accetta; quel labbro inferiore leggermente sporgente mentre il mento si solleva, gesto che riempiva i presenti di tenerezza nei confronti di quel povero vecchio oramai prossimo alla fine.
Ricordo anche quando morì. Fu una crisi respiratoria. Lo portarono in ospedale, ma morì durante il tragitto. I suoi occhi colsero l'attimo prima della morte, e lo immortalarono rappresentandolo con lo stupore, ed affondandolo nell'azzurro dei suoi occhi sbarrati.
Oggi, seduto sul divano, penso ai bambini che non hanno mai conosciuto un nonno; perché morto prima (effettivamente non ho mai conosciuto il nonno paterno, ed ho avuto sempre questo rammarico; ovvero, che lui fosse morto prima che potessi conoscerlo) o perché troppo impegnato ad (pre)occuparsi di sé stesso.
Ce ne sono tanti così. Tantissimi. A me danno il voltastomaco.
E mai vorrei mettermi nei panni di uno dei nipoti di berlusconi. Potranno possedere tutto ciò che vogliono, ma i soldi che gonfiano il loro portafogli non potranno mai comprare l'affetto e la vicinanza del nonno. Neppure una favola riusciranno ad estorcere da quel freddo sorriso!

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