venerdì 9 luglio 2010

LE TETTE SILICONATE DI LUIGI PIRANDELLO

Scriveva Pirandello nel 1908 nel "Saggio sull'umorismo" (anche se, a dirla tutta, il saggio è stato volgarmente scopiazzato da diversi autori. Lo rivela Daniela Marchesci in un'intervista al Giornale; per la cronaca, la donna è una critica letteraria che nel 1996 ha conquistato un Rockfeller Award per la letteratura e nel 2006 il premio internazionale "Tolkningspris" presso l’Accademia di Svezia. Il primo ad accorgersene fu uno studioso svedese nei primi anni sessanta, ma in Italia -come d'abitudine- la verità non viene mai a galla se non dopo quaranta e più anni. mi chiedo disperato il perché):


Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario". Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico.


Mi è sempre piaciuto questo scritto che ho attribuito al Pirandello. La differenza tra il comico e l'umoristico viene messa in risalto in maniera impeccabile, ed è anche un insegnamento per osservare le cose non come appaiono, bensì come potrebbero davvero essere. In un'epoca in cui è ogni giorno più attuale una frase che ho spesso sentito ripetere dal grande Carlo ("la verità non esiste"), ecco che assume ancor più importanza questo insegnamento che Pirandello (e/o gli autori dai quali ha tratto questo riferimento) ha voluto darci: non soffermiamoci sull'apparenza delle cose, ché spesso mal celano una triste verità. Può talvolta succedere che contingenze della vita ci portino a comportarci esattamente in maniera contraria di come avremmo voluto. Così, non va bene giudicare di primo acchito, è necessario far intervenire in noi la riflessione. 
Ma il buon Pirandello non conosceva l'epoca attuale, anzi ne era lontano anni luce. Ad esempio. Prendiamo un qualsiasi squallido personaggio che circola in rete o in tv che è volgarmente "rifatto" da cima a fondo. Per nascondere l'età che avanza. Per avere delle tette stratosferiche. Per eliminare il grasso in eccesso. Perché desidererebbe dei lineamenti più "morbidi". Insomma, immaginiamo di trovare di fronte ai nostri occhi lo stereotipo di un terrestre: ovvero, un essere di media intelligenza che la TV ha lobotomizzato e che non si accetta per come è. Si vuole bello come gli eroi della tv. Non intelligente. Vuole soltanto apparire più bello possibile. Così cura il proprio aspetto esteriore nei minimi dettagli, dimenticando di avere un cervello e, soprattutto, un'anima. Quest'ultima dimenticanza è fondamentale; vuol dire continuare a non accettarsi, a girare raminghi alla ricerca della felicità pensando di trovarle in due sacche al silicone da metter nelle tette o nelle chiappe o in qualsivoglia altra parte del nostro corpo. Quel che conta è ciò che lo specchio riflette, badando bene a non incrociare il proprio sguardo. A non imbattersi nei propri occhi...
Ma, ahimé per loro, non è che funziona così il mondo.
Non divaghiamo e torniamo al nostro esempio. Cammino per la strada e m'imbatto in uno di questi esseri. 
Curioso, lo scruto da cima a fondo perché -come scrive pirandello- avverto che quell'essere è l'esatto contrario di quel che una persona dovrebbe essere.
La prima sensazione che balza agli occhi è... ma va'!... quella visiva. Vedo l'essere, e lo trovo figo.
Ah, precisazione: l'essere è asessuato. E' vero che la percentuale femminile di questi esseri è superiore alla metà. Ma quando si raggiunge un livello di deficienza abissale, il sesso scompare. Si diventa esseri (inutili, se non fosse che sono invece dannosi).
Mi soffermo con maggiore attenzione su di esso e noto che l'essere è completamente rifatto (ed anche piuttosto male se è vero come è vero che i segni dell'età che avanza si notano tutti).
Mi concedo una grassa risata: il mio corpo sano e naturale così come è uscito dal ventre di mia madre non denota tutte quelle brutture che il silicone evidenzia nella struttura dell'essere. Sono talmente soddisfatto che potrei fermarmi qui e lasciar scorrere sulla mia pelle l'autocompiacimento. E goderne appieno. Ed essere felice, pur se per qualche effimero istante.
Però, cazzo, mi torna in mente pirandello... il suo saggio sull'umorismo... d'accordo, è copiato, ma nella mia mente è ancora suo... è lui che ha illuminato la mia luce.
MA SE IN ME INTERVIENE LA RIFLESSIONE...
ma perché cazzo non devo godermi il mio momento di felicità dettato dalla vittoria (morale) sull'essere inutilmente qualunque?
NIENTE DA FARE. 
HO DA RIFLETTE!
E' insito nel mio DNA. Io lo so come finirà: finirà che la dea nèmesi mi farà passare gli ultimi anni della mia vita in un oceano di silenzio cerebrale.
MA SE IN ME interviene la riflessione e penso che quell'essere non goda a pararsi in cotal guisa, ma che piuttosto lo faccia per ingannare il tempo che inesorabilmente scivola via dal proprio corpo, in quanto pensa che parato così, nascondendo le rughe e le canizie, possa ingannare la propria carta d'identità... perché vuol essere sempre desiderato, bellissimo, vorrebbe non tramontare mai, vorrebbe vivere per sempre (perché non hanno ancora inventato l'elisir di lunga vita? no, io credo che qualcuno ce l'abbia, sta ricetta)...
L'IMMORTALITA' (FISICA). 
ecco quel che vogliono. 
L'INEFFABILE  BELLEZZA IN UN CORPO IMMORTALE
Ecco. Se in me parte la riflessione, non è come quando mi parte una scoreggia che per un po' si sente la puzza, poi tutto svanisce. No. la riflessione s'insinua prepotentemente in me... e in me resta... cerco e trovo giustificazioni, ma per quante ne possa trovare, non sono mai sufficienti. Non possono bastare. Siamo uomini, non esseri. Abbiamo un corpo che, giocoforza, si deteriora per il passare degli anni. Così come il cervello, che col trascorrer del tempo subisce dei danni più o meno lievi. Ma la nostra anima... quella no! quella non invecchia mai! Il nostro io interiore è un giardino magnifico e splendente che va curato giorno dopo giorno, affinché illumini di felicità il nostro volto e contagi chi ci sta vicino. Ma va curato. Più del proprio corpo. LUI è la nostra vera bellezza, e LUI e solo LUI è talmente debordante da dipingere il mondo attorno a noi di tutti i colori dell'iride. Dobbiamo esser bravi a conoscerlo. Addomesticarlo. A non averne paura. Mai. Nessuno afferma che sia facile, ma sbaglia chi dice che è impossibile
Così, quando vedo questi esseri mutare il proprio corpo nella speranza che così facendo riescano a trovare quel che non sanno comprendere, il mio sentimento non diventa umorismo. Il mio è un comico disprezzo tendente al sadismo più puro.

mercoledì 30 giugno 2010

NO ALLE DROGHE LEGGERE!

Conosco un tipo che si fa gran cannoni. Un giorno fu beccato dagli sbirri, che lo arrestarono. Aveva 5 grammi di fumo. Passò una notte in carcere, poi fu rilasciato e processato per direttissima. Fu condannato, ma non scontò la pena: era irrisoria, e lui era incensurato. Poté godere della libertà, nonostante il reato commesso. Ciò comunque bastò per rovinargli la fedina penale e per inabilitarlo ai concorsi pubblici. Naturalmente, ciò vale solo sulla carta. poiché nel nostro stupido paese basta oliare le giuste ruote per arrivare ovunque, anche in parlamento.
Siede in parlamento tal marcello dell'utri che è stato or ora condannato a sette anni di reclusione; precedentemente, il ragazzo aveva patteggiato una pena di due anni e tre mesi per frode fiscale. Ma ciò non ha importanza. Quel che ora conta è che lui è libero. Di dire e fare ciò che vuole, tant'è che subito dopo la condanna ha indetto una conferenza stampa a milano dove lui si trovava per...
Eh, si, lo so, il processo si è svolto a palermo. Ma lui aveva così tanti impegni da non potere presenziare al SUO processo. Cioè, non suo: al processo che lo vedeva come principale imputato. Tanti impegni che comunque non gli hanno impedito di indire una conferenza-stampa per dichiarare la sentenza un po' pilatesca e per esaltare la figura del conclamato mafioso vittorio mangano quale eroe (quasi) nazionale.
Lui ora è a piede libero, potenzialmente pericoloso (se è vera la condanna scaturita dal processo) giacché mi risulta che talvolta la mafia uccida, ed è seduto in parlamento (anche se in realtà non gliene frega un beneamato cazzo, come ha candidamente dichiarato il 10 Febbraio 2010). E' lì seduto, a disporre di me, di te e di chiunque legga queste quattro, lapidarie righe che sono riportate in questo blog. Il senatore dell'utri ci rappresenta in parlamento, è la nostra voce. Italiani, andiamone fieri!

LA FINE DEL CALCIO

Anche se in ritardo, esulto per l'eliminazione dell'italia in coppa del mondo. ma non voglio che tutto si esaurisca qui. IO VOGLIO IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO, lo desidero con tutto me stesso. Non di tutto il calcio, beninteso. Ce n'è uno che suda-lotta-s'incazza-sbraita-smoccola-soffre-esulta, e lo fa per puro piacere. Quello è il calcio che voglio salvare. 
Il resto, al rogo!
Il calcio è sempre stato il mio mondo. Sono nato con un pallone tra i piedi, uno in testa e due palle nello scroto. Non tutti le hanno, questa palle. Anzi, direi che la maggior parte delle persone che conosco, queste palle le millanta solamente! Dicevo: il calcio mi ha dato tanto, mi ha emozionato tanto, mi ha tolto del tempo prezioso per fare altre cose. Ho amato questo sport; e, a dire il vero, lo amo tuttora se è vero com'è vero che alla soglia dei 40 anni prendo ancora a calci un pallone in uno sgangherato campetto di periferia indossando la maglia della solita squadra di paese.
Però mi piace osservare quel che mi circonda. E chi mi circonda. Vedo persone condizionate dal nulla trasmesso dalla TV e stampato dai giornali. Leggo il nulla nei loro occhi, è ciò che le loro menti lì proiettano. Vedo il nulla che è dentro le star del calcio... così si chiamano, ora. Li vedo far pubblicità, partecipare a manifestazioni benefiche, indossare giacca e cravatta, partecipare a delle trasmissioni di sottocultura italiana. In campo, invece, scalciano, sputano e insultano gli avversari sin quasi a prendersi a botte.
Ah! Le trasmissioni di sottocultura italiana sono (quasi) tutte quelle che non rientrano nella fascia notturna. Certamente, una qualsiasi trasmissione non sportiva che inviti nei propri studio una star del calcio è semplicemente risibile.
In virtù di cosa hai invitato quel Totti, quel Del Piero o quel Buffon (tre nomi a caso per indicare una casta, quella dei calciatori)? Cioè... sta gente qua... ma che cazzo di cultura ha? Cosa cazzo ha a che fare con l'uomo comune? Cosa cazzo ha a che spartire con chi a volte pensa? Cosa rappresenta?
Ascolto mestamente quel che dicono. Frasi fatte. Le domande che gli vengono poste. Domante fatte per risposte già scritte. Insomma, il triste copione va avanti da sé, navigando perfettamente nel mare di un'inutile e soffocante banalità. Ma riconosco che sono loro!
Sono loro gli uomini giusti, quelli necessari affinché il non pensiero trionfi.
Personaggi banali per un popolo inutile. 
Il ciarliero ed inutile popolo. Lo sento gorgheggiare su un eccezionalmente inutile colpo di tacco a centrocampo; o su un tunnel all'avversario. Mentre qualcuno tira in porta e segna; un gol non bello, ma frutto di un'azione corale in cui tutti gli uomini si sono mossi perfettamente ed all'unisono, come una vera squadra dovrebbe fare. Quella squadra strappa con fatica un'occhiata disinteressata del pubblico che vuole solo il campione. E il campione è uno, non un'intera squadretta. Magari anche poco blasonata.
Così assisto sempre più spesso ad un rilancio della retroguardia ed allo scatto fulminante dell'attaccante che non lascia scampo al portiere avversario. Goal. 1-0. Il calcio era un gioco, ricordo. E' vero, la vittoria è fondamentale affinché il gioco sia più divertente, ma... ma mi domando che gusto c'è nel vincere senza giocare. Per il denaro, suggeriscono dal fondo della sala. Il gusto è dettato dal denaro. Più vinci, più soldi hai, più il gioco è bello.
L'equazione non è esattamente questa. Più vinci, più soldi hai, più il gioco scompare. Già, perchè il calcio nasce come un gioco. Il gioco del calcio. E se detto gioco scompare, cosa rimane? I soldi. Ma... i soldi non fanno mica rima con divertimento. Io gioco al calcio; e vado a vedere le partite di calcio perché mi divertono. Ma se mi togliete anche il divertimento, io il calcio non lo voglio più. Voglio che affondi nel guano. Voglio che scompaia dalla faccia della terra, che evapori da questo pianeta, che si cancelli dalla mia memoria.
Perché un gioco non può e non dovrebbe trasformarsi in business!!!!
Invece la realtà è tutt'altra cosa. Per ulteriori info, chiedere ai tifosi di perugia, arezzo, mantova, pro sesto e tutte le altre società fallite o in procinto di esser dichiarate tali a causa di un sistema che li opprime.
Dovranno certamente recitare il mea culpa per una gestione poco oculata (e su questo non ci piove), resta però il fatto che a tutti i livelli viene richiesto un esborso economico sempre più grande. Ma sto gioco finirà. Io sono lì, sulla riva del fiume, aspetto che passi il cadavere dalle mie parti per pisciargli addosso senza pietà.

martedì 22 giugno 2010

CHI VOLETE, ROMA O VENEZIA?

C'era una volta lo sport, ed era puro. Beh, non completamente, diciamo però che buona parte di esso lo era, aveva una sua credibilità; piaceva per questo al sottoscritto. Poi ha cominciato ad inquinarsi, sempre più mani avide ed unte di grasso lo hanno sporcato riducendolo ad una cosa da voltastomaco. Dove conta solo vincere, costi quel che costi. E costa, cazzo! Spesso costa anche la vita.
Fin qui, nulla di nuovo. Ma... chissà... repetita iuvant! Forse qualcuno si renderà conto che sta seguendo una musica (sempre più) del cazzo che un pifferaio (sempre meno) magico sta suonando per incantarli, condurli al fiume ed ivi farli annegare.
Di base, però, non ho fiducia nel popolo. Questo blog è per me stesso. Dunque, il mio dolore e la mia rabbia li urlo al mondo. A chi è in grado di recepirlo. Chi non lo è... tranquilli, non è successo nulla: resti pure delle proprie idee.
E' stata lotta dura tra Roma e Venezia per contendersi la proposta di candidatura per le olimpiadi del 2020. Non è questo l'importante, però. Pardon, non è questo il fatto grave, però. Il fatto grave è un altro.
Vince roma, e il veneto indignato urla: roma ladrona!
A dire il vero, lo urlava già da prima della scelta del CONI, nonostante il CIO specifichi che non debbano esserci polemiche attorno alla candidatura. 
"una cosa e' certa: se c'e' una cosa che il Comitato Olimpico Internazionale non gradisce e' il clima di polemiche attorno ad una candidatura, tanto che tra le regole di condotta imposte dalla carta olimpica per le citta' che intendono organizzare un'edizione dei Giochi c'e' ne una che regola i rapporti tra le citta'. Esse devono rispettarsi tra loro, devono evitare di fare commenti, scritti o parlati, che possano danneggiare o pregiudicare l'immagine della citta' rivale e non possono fare paragoni (http://www.asca.it/focus-OLIMPIADI__ROMA_O_VENEZIA__UNA_SCELTA_TRA_LE_POLEMICHE-3155.html)
Rido, e passo oltre. 
Attuo sempre il modo dell'indifferenza nei confronti delle cose inutili. 
Poi rifletto, e monta in me un pensiero che ruota attorno alla pochezza del genere umano che reclama a gran voce la candidatura alle olimpiadi, appellandosi al popolo padano al grido di:
"avete visto? ancora una volta roma ci scippa qualcosa che ci appartiene"
Tutto ciò è semplicemente ridicolo. E' ridicolo chi lo afferma, è ridicolo chi lo cavalca, è ridicolo chi continua a mischiare con fare meschino sport e politica. Sto andando troppo oltre. Avrò modo di parlare di politica. Fermiamoci al caso delle olimpiadi.
Riflettiamo e ragioniamo. 
Perché qui si ragiona solo col culo e con l'uccello. Invece no. Invece abbiamo un cervello. Ebbene, utilizziamolo. Con logica e senza secondi fini.
Roma presenta la sua candidatura forte dei numerosi impianti olimpici preesistenti (33 dei 42 previsti), di un bacino di utenza ragguardevole, completa in tutte le strutture di accoglienza e, se permettete, è pure la città eterna nonché il luogo d'italia più facilmente raggiungibile a tutti gli italiani.
La candidatura di Venezia è una farsa. Nessuna gara potrebbe esser fatta propriamente a venezia. Dove, scusate? Una gara di calcio al Sant'Elena (il progetto prevedeva la costruzione di un nuovo stadio olimpico da 80.000 a Tessera)? Una gara di kayak in mezzo ai canali? La maratona lungo i calli di venezia? 
Ma, obiettano loro, il Veneto è ampio. Beh, se è così che si ragiona anche la Campania è una gran bella regione!!! Beh, ma Venezia è una delle tre città più belle del mondo (insieme a Firenze e Roma).
Si, ma tutto ciò non c'entra un cazzo. Stiamo parlando di sport. Dove sono gli impianti?
Beh, per ora ne abbiamo undici. Gli altri li costruiamo ex-novo.
Dimentichiamo i giochi politici e limitiamoci ad esaminare l'aspetto dalla prospettiva di un cittadino qualsiasi. La costruzione di 30 e passa nuovi impianti distoglierebbe dei fondi che -sicuramente- aiuterebbero tante persone in difficoltà (in questo periodo, mi sembra che le difficoltà siano generalizzate un po' ovunque). Inoltre, il dispendio economico per la costruzioni di cattedrali nel deserto -al di là dei giochi olimpici- sarebbe semplicemente inutile, creerebbe degli impianti morti i cui costi di manutenzione negli anni a venire sarebbero enormi, e questi stessi impianti sarebbero poco sfruttati per il valore che hanno. E, per favore, evitiamo di comportarci da incantatori di serpenti. Siamo in italia, non credo più nell'utilizzo post olimpico variandone la destinazione. Avete lasciato troppe opere incompiute, mostri deturpatori della natura, cattedrali nel deserto, perché io possa credere che non ne farete ancora. So che continuerete a farlo, giacché chi ha avuto la propria parte ne reclama a gran voce di più. E ancora di più. E ancora di più.
Così, mentre l'UE chiede ai governi della comunità di stringere la cinghia, il popolo italiano si preparerebbe a dissanguarsi per un evento che -pur importantissimo- già l'anno dopo lascerebbe solamente una data negli almanacchi sportivi. E non è vero che l'indotto permetterebbe alla zona di arricchirsi, perché un impiegato come me non trarrà alcun vantaggio dalle olimpiadi! Credo neppure un operaio.


“Sulle singole proposte delle due città è stata esercitata una evidente pressione mediatica per farne emergere una sola: quella romana. Non riusciamo neanche a stupirci per un metodo che rende assolutamente veritieri gli slogan che il Nord usava qualche anno fa a proposito del malcostume di certi ambienti della capitale” (citazione: http://www.trevisosystem-online.com/tvsys/home/archivio-news/5604_olimpiadi-2020-zaia-esecrabile-pressione-mediatica-per-far-emergere-candidatura-roma.html).
Se pensate che tutto ciò lo abbia detto un qualsiasi uomo della strada, sbagliate di grosso. E' stato luca zaia a dirlo, ovvero l'attuale governatore della regione veneto, già ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. Insomma, è uno che ha giurato sulla costituzione italiana.
Questa è l'italia, signori. Viva l'italia, cantava de gregori. Già, viva l'italia...

mercoledì 16 giugno 2010

MIO NONNO

Mio nonno nacque nel 1912. Lo ricordo bene, anzi benissimo in quanto lui non ha mai mancato di affiancare alla mia crescita la sua presenza. Come tutti i nonni dovrebbero fare. E' morto 14 anni fa, ma io ricordo tutto degli anni di vita trascorsi accanto a lui.
Le sue preghiere affinché gli permettessi di impartirmi lezioni di italiano. "Ma faccio la ragioneria, non il liceo classico" era la mia risposta, al limite tra il sadismo (le mie risposte negative lo facevano soffrire, ed io da stronzo ragazzino godevo nel vederlo soffrire) e il disperato (se l'avessi lasciato fare, lui mi avrebbe fatto lezioni a qualsiasi ora del giorno, senza tregua. Da lì la mia disperazione); per poi meravigliarmi quando, all'esame di stato, riuscii ad eseguire un tema quasi perfetto frugando in mezzo ai ricordi delle ripetizioni che mio nonno mi aveva impartito.
Le infinite favole che avrebbero dovuto conciliare il mio sonno, in realtà lo facevano sprofondare in un feroce russare.
"No', e poi?" gli dicevo scuotendogli leggermente una spalla. Lui smetteva di russare, si svegliava di soprassalto girandosi verso di me e diceva:
"Eh???
...
Dov'eravamo rimasti?"
"Pinocchio è dentro alla pancia della balena", dicevo un po' spazientivo. Cazzo, era la terza volta che si addormentava!
E lui riprendeva il racconto della favola, teneramente, vincendo gradualmente il sonno che tendeva a farlo sprofondare di nuovo tra le braccia di Morfeo, rendendo felice lo stuolo di nipotini che pendevano dalle sue labbra.
Ricordo le gite fuori porta che facevamo con lui e mia nonna. Non era tanto la distanza ad emozionarci, era il fatto di andare all'aria aperta, in mezzo ai boschi a raccoglier funghi, o semplicemente a passeggiare ascoltando la sua vicinanza o qualche suo racconto. Che mai verteva sulla guerra. Aveva combattuto la seconda guerra mondiale.
"E' stata una bruttissima cosa" tagliò corto un giorno quando gli domandai di raccontarmi qualcosa. E mai più accennò minimamente al discorso.
Ricordo quando sedeva in tavola con un piatto di pomodori crudi davanti a sé. Provava, cazzo, ci provava con tutte le forze a mandarne giù, ma lo sforzo risultava regolarmente vano. Disperato, si arrendeva.
"Non ce la faccio, è più forte di me". Diceva che i pomodori erano l'unica cosa che non riusciva a mangiare. Così, regolarmente in estate, provava a vincere quest'ultimo tabù.
O quando mi rimproverava perché impugnavo in maniera errata il cucchiaino.
"L'uomo è dotato di pollice opponibile che ci distingue dalle bestie. Ed invece tu ti ostini a mangiare come un uomo primitivo!"
Beh, ero piccolo. Ed anche dispettoso. E la mattina avevo ancora il cervello in fase rem. E lui lì, a brontolare, ad insegnarmi come si mangiava.
Mille altri ricordi attraversano la mia mente.
Con quella sua schiena curva dal peso degli anni mi diceva di tener le scapole dritte, per non diventare uno sgorbio come lui. I suoi capelli erano candidi, gli occhi azzurri erano nascosti da spessissimi occhiali da miope.
Un giorno, potevo avere 13 o 14 anni, ero a giocare a calcio nel cortile. Mancavano due persone per completare le squadre. Entrarono mio zio e, udite udite, mio nonno. Si mise in porta.
Amavo giocare a calcio, ma in quel momento non sapevo se correre dietro al pallone o abbracciare stretto stretto mio nonno. Optai per una via di mezzo: rimasi fermo in difesa per restare il più vicino possibile a mio nonno. Lo vidi trascinarsi con fare belluino in presa bassa per respingere coi piedi il tiro forte e preciso dell'attaccante. Salvò il risultato. E soprattutto salvò nella mia mente un altro, magnifico ricordo di un nonno che è sempre stato parte attiva della mia vita. Che mi ha insegnato tanto. Che si è comportato come tutti i nonni dovrebbero comportarsi con i propri nipoti, se fisico e mente lo consentono: ha fatto il nonno, figura che, quanto ad importanza, è la seconda di riferimento per un bambino. Ebbi solo un nonno, morì che avevo 25 anni; ma di lui nulla ho dimenticato. neppure i tristi, ultimi anni della sua vita, passati a far da spola tra poltrona e letto. Con la mente ed il corpo assenti. Senza forze. Senza ricordi. I suoi occhi azzurri fissavano un indefinito punto della stanza, mentre tutti intorno a lui ciarlavano e cercavano -suo malgrado- di coinvolgerlo nella discussione. Lui girava lo sguardo, fissava con fare asettico il volto che emetteva il suono. Poi sulla bocca si disegnava il cenno di colui che non comprende, ma accetta; quel labbro inferiore leggermente sporgente mentre il mento si solleva, gesto che riempiva i presenti di tenerezza nei confronti di quel povero vecchio oramai prossimo alla fine.
Ricordo anche quando morì. Fu una crisi respiratoria. Lo portarono in ospedale, ma morì durante il tragitto. I suoi occhi colsero l'attimo prima della morte, e lo immortalarono rappresentandolo con lo stupore, ed affondandolo nell'azzurro dei suoi occhi sbarrati.
Oggi, seduto sul divano, penso ai bambini che non hanno mai conosciuto un nonno; perché morto prima (effettivamente non ho mai conosciuto il nonno paterno, ed ho avuto sempre questo rammarico; ovvero, che lui fosse morto prima che potessi conoscerlo) o perché troppo impegnato ad (pre)occuparsi di sé stesso.
Ce ne sono tanti così. Tantissimi. A me danno il voltastomaco.
E mai vorrei mettermi nei panni di uno dei nipoti di berlusconi. Potranno possedere tutto ciò che vogliono, ma i soldi che gonfiano il loro portafogli non potranno mai comprare l'affetto e la vicinanza del nonno. Neppure una favola riusciranno ad estorcere da quel freddo sorriso!

martedì 15 giugno 2010

CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI

Sono andato a visitare la cappella degli scrovegni in quel di padova. Interamente affrescata da Giotto, la cappella fu edificata dalla famiglia degli scrovegni su input della chiesa, che ordinò loro di costruirla quale espiazione dei peccati dei quali si erano macchiati (e continuavano a farlo) nel corso della loro esistenza. Gli scrovegni erano usurai. Cravattari. Detta famiglia unì l'utile al dilettevole. L'utile (o il dilettevole) fu determinato dal fatto che bastava quella costruzione per guadagnare la free-entry nel regno dei cieli. Il dilettevole (o l'utile) fu che ben pensarono di utilizzarla anche come tomba di famiglia.
Qui le mie conoscenze si fermano e comincia la riflessione.
Una famiglia di cravattari che ha dissanguato un'infinità di persone, che magari molti ne ha fatti morire (non solo nel senso più rigido del termine; si può anche morire continuando a vivere), ai quali la chiesa ha concesso la redenzione dei peccati, a patto che...
E' fuor di dubbio che fossero altri tempi -parliamo del periodo 1303-1305- ma mi balza alla mente che un capolavoro simile (perché di tale trattasi) nasce dal sangue di uomini che, magari per poter cibare la propria, numerosa famiglia, chiedevano un prestito agli usurai. Così accadeva che uno si sfamava, l'altro ingrassava. Uno si dissanguava per coprire i propri debiti; magari veniva picchiato a sangue se non rispettava le scadenze; magari era costretto a vivere una vita d'inferno al sol pensiero della costrizione di dover onorare gli impegni.
A proposito d'inferno. 
Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XVII, versi 64-75:
Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca più che burro.
E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perché se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
che recherà la tasca con tre becchi!"».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
E io, temendo no 'l più star crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da l'anime lasse.

Un monumento così bello ed importante, che ha mantenuto la sua magnificenza per secoli e secoli, che ha dato lustro a dei disonesti associandone il nome all'arte di giotto, è visitato giornalmente da frotte di turisti che pagano 13 euro per 15' di videopresentazione e 15' di visita all'interno di una cappella. Vale assolutamente la pena di prenotarsi per visitarla e di spendere quei pochi euro che vengono richiesti! Ma vale anche la pena di non dimenticare che le fondamenta sono pregne di sangue di innocenti!


passeranno anni

secoli


moriremo tutti


e di noi nulla resterà


no!
Nel 2500 turisti da tutto il mondo faranno a cazzotti per visitare la celebre cappella mortuaria di un berlusconi a caso affrescata da un artista a caso. Di questi personaggi non verranno ricordate le malefatte, bensì i segni tangibili che, attraversando il passato, arriveranno al futuro. Così capiterà ancora di veder tristemente affiancato il nome di un disonesto a quello dell'arte. 
Che brutta, la storia! Come sa stravolgere bene la verità delle cose (se una verità davvero esiste)!!! E l'uomo moderno continua a citarne sempre e solo alcuni aspetti, tralasciandone di importanti. I più importanti.
Io ne diffido.

ITALIA-PARAGUAY

Ammetto candidamente che i mondiali non mi interessano. Mai mi sono interessati! Li seguo distrattamente, da bravo sportivo che si tiene informato sulla vittoria del Rimini nel campionato di baseball, sulla finale del challenger persa da Starace e, appunto, sulla partita di calcio dell'italia in un mondiale che odio ogni giorno un po' di più. Non sopporto lippi, il suo fare tronfio, l'atteggiamento da plurilaureato del calcio italiano che fa e disfa a suo piacimento e guai se sei contro di lui. Ne fa un caso... nazionale!!! 
Ho letto da qualche parte che bisogna saper perdere. Verissimo. Ma qualcuno insegni a marcello lippi che bisogna anche saper vincere. Lui non sa fare né l'una, né l'altra cosa. Da un punto di vista calcistico non cambia granché; la differenza è tutta da un punto di vista prettamente umano. E dato che prima di tutto l'uomo è un uomo, è bene che prima di ogni altra cosa impari a comportarsi da essere umano. Poi viene il resto.
Comunque, io sarei superiore a certi stupidi ricatti da bambino viziato di uno che per tener alto l'onore della nazionale è pagato a suon di milioni di euro. Si rivoltino pure nella nella tomba i nostri soldati morti in Afganistan: c'è chi per morire viene pagato pochi euro (e pero gli sembran tanti, tantissimi, al punto da convincerli a partirli per migliorare la propria posizione economica), e chi invece prende 100 volte di più per dare calci ad un pallone. Ma questa è demagogia spicciola.
Torniamo a ieri sera.
Contro un paraguay che è sembrata una squadretta da condominio, il nostro c.t. sceglie un atteggiamento prudente: un 4-4-1-1 mascherato da 4-5-1. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tiri in porta dell'italia nel primo tempo: 2. Innocui. Entrambi di Montolivo che si danna l'anima, lotta caparbiamente su ogni pallone ed arriva al tiro dalla lunga distanza. Ci prova, ci crede, meriterebbe un goal. Ma il calcio non sempre premia i migliori. Il giorno dopo i giornali parlano di un'italia in salute che lotta e corre per tutti i 90' e gioca con autorità.
Vero, se non considerassimo che di fronte avevamo una compagine di basso-bassissimo rango.
Sperticata a qualche singolo, in particolare a De Rossi e a Cannavaro.
Su De Rossi parzialmente concordo. Disputa una discreta gara, anche se la maggior parte del lavoro viene svolta da Montolivo che è un autentico trascinatore e riesce a far giocar bene chiunque... Marchisio a parte, beninteso! Inutile giocatore che fin quando è rimasto in campo si è chiesto (e, come lui, anche tutti gli spettatori) che razza di ruolo gli fosse stato assegnato.
Il pregio di De Rossi è la rete che segna. Facile, direte voi. Propiziata da un'uscita a vuoto del portiere, aggiungerete. Si, ma lui era lì. Pronto. Senza incertezza alcuna, il suo piattone ha gonfiato la rete nonostante la palla sia stata coperta sino all'ultimo dalla mano del portiere in uscita. Ma lui era lì ad aspettare l'errore. E' corretto sostenere che abbia giocato un buon match.
Ritengo che Cannavaro sia un giocatore finito da almeno cinque anni. Non entro nel merito di due "pizzicate" in tema doping, l'ultima delle quali fresca fresca ed italianescamente insabbiata. Parlo del suo rendimento in campo. Dire che abbia disputato una gara maiuscola è nascondere la verità a chi invece la partita l'ha vista. E credo l'abbiano vista tutti. Però è facile ingannare il popolo. Il popolo è molto stupido, basta poco per fregarlo: basta che lo scriva una testata autorevole o lo dica un giornalista di una qualsiasi televisione pubblica. Ho ben nitida nella mente l'immagine del vantaggio sudamericano. Palla a spiovere a centro area, La sfera impatterebbe dritta sul capoccione di Cannavaro se una mano invisibile non affossasse lo juventino di una trentina di centimetri scarsi. De Rossi, dietro di lui, è già tagliato fuori: non può contrastare l'avversario, che in torsione realizza un gran bel goal. Del capitano azzurro si ricordano begli anticipi sugli attaccanti avversari (entrambi alti più di 190 cm, quindi piuttosto pachidermici nei movimenti) e nulla più, vista l'inconsistenza della formazione americana.
Vedere Iaquinta affondare sulla fascia è sinonimo di scarsa considerazione (anche personale) dell'allenatore nei confronti di un giocatore. Come puoi improvvisare una persona in un ruolo tanto dedicato dopo che per una vita ha giocato sempre e solo come punta centrale? Sembra quasi del fumo negli occhi per nascondere proprie incapacità o per far rimpiangere qualche -fortunatamente- assente dall'inizio che -purtroppo- entrerà nella difesa. Ovvero Camoranesi. Gli ho visto commettere un fallo da cartellino arancione, fare una serie di cross (tutti fuori misura), e dei confusi movimenti in mezzo al campo. Bah! Mi chiedo cosa lippi possa vedere in lui. Davvero non c'è nessun altro italiano in giro per il mondo che possa esser meglio di costui?
Un riesumato Zambrotta spinge molto sulla fascia, supportando egregiamente la manovra di un dinamico Pepe; poi, però, si spegne. Gilardino svolge un ottimo lavoro, di quelli sporchi e poco retribuiti. Agisce come unica punta e gioca sempre spalle alla porta, non vedendola mai e producendosi in sponde per i compagni e prendendo botte dagli avversari. Poi, quando lippi stravolge l'assetto tattico passando ad un più offensivo 4-4-2, gli viene affiancato uno Iaquinta alla canna del gas per la squallida prestazione in fascia. E si vede. Così, i due là davanti non combinano nulla. L'ingresso di Di Natale è tardivo, deve naturalmente prendere il posto di Gilardino, ma le energie dei nostri sono finite. Piove (anche se sembra che il terreno di gioco non ne risenta minimamente), i nostri sono anziani e stanchi, le idee sono confuse. Il solo Montolivo ingaggia una lotta senza quartiere con gli avversari a tutto campo, prende botte, sradica palloni dalle gambe degli avversari e si produce in un tiro dalla lunga distanza che potrebbe salvare l'esordio della nazionale in questo mondiale. Alla fine, però, è giusto così; è giusto raccogliere ciò che si è seminato. Credo però che lippi abbia sbagliato la semina.